Blackcurrant

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Un sospiro le aprì i polmoni all’aria calda e secca del suo ufficio. Si sforzò di respirare nuovamente, più a fondo e più lentamente.

Per rendere più sopportabile il distacco si era inventata un gioco da fare con la sua mente… Se avesse inspirato con abbastanza forza, avrebbe trascinato nei suoi polmoni, insieme all’aria, tutti ricordi degli ultimi giorni, strappandoli dal ciglio del baratro dove precipitano i pensieri della memoria breve termine.
Quando i polmoni erano pieni, tratteneva il respiro… Ed insieme a questo, tutte le immagini di dei ricordi. Li lasciava circolare liberamente nel suo organismo e li afferrava uno per volta; li riosservava nuovamente uno ad uno nel transito dagli occhi mentre li dirigeva alla testa, per conservarli lì.
Una volta esaurito espirava il solo fiato, arido e vuoto, che abbandonandola, inutile, le bruciava in gola.
Poi di nuovo, ogni respiro andava a rubare all’oblio altri momenti, che rivisti e rinchiusi nel cranio, non potevano più andarsene. Qualcuno di loro si portava con sé qualche odore o qualche suono; lei raccoglieva tutto, tutte le sensazioni, ed espirava.

Ciò che aveva appena lasciato nell’isola non era solo un affetto, ma i suoi vent’anni. Aveva lasciato a lui i suoi sogni, e se voleva poteva tenerli. Lei non aveva più il tempo di viverli, aveva fatto altre scelte.
Veramente, aveva riposto in quel luogo una parte di sé, ma così come sapeva che avrebbe ritrovato suo fratello sapeva anche che il resto lo aveva abbandonato lì.
Per un attimo sentì il calore di un camino ad avvamparle il viso, la birra scura e lo sciroppo di ribes allagarle la bocca e scorrerle in gola. Respirando tornò all’aria secca dell’ufficio, schiarì la gola arsa, riabituò gli occhi alla luce dei neon. Sláinte.

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Asylum

Dove sei, mentre il vetro mi gela le dita?

Non le sembrava d’essere mai stata così sola, prima.

Dove sei mentre la siringa quasi mi scivola dalle mani?

Il silenzio le premeva sulle tempie.

ANALISI FOTOGRAFICA:

Lei indugia in piedi nella vasca da bagno. Ha la pelle chiara, quasi trasparente. L’ambiente è freddo, intorno a lei, che a cucirglielo addosso le sarebbe un corredo perfetto. Cupo come il suo sguardo. Le pareti sono coperte di bianche piastrelle quadrate, come un puzzle senza disegno. Le fughe sono nere, la lieve bombatura lascia lucido il centro delle mattonelle di coccio, opacizzate invece ai bordi, di calcare e di sporco. Di fronte alla vasca, una fila di lavandini, sempre bianchi, senza specchi sopra, se ne vedono quattro. Lei ha gli occhi puntati in basso, le braccia, distese lungo il corpo, si incontrano all’altezza del pube: a congiungerle, una siringa di vetro. Le ginocchia sono vicine, a fare delle sue gambe quasi una X. Ha i capelli raccolti morbidamente dietro la nuca, con uno spillone.

Ho sperato cadesse, rompendosi, per non farlo.

Soffiò in una nuvola fredda un fiato di delusione.

Non ho più scuse per non andare fino in fondo. Temporeggio ancora un po’, che potresti arrivare a fermarmi, togliermi l’aria dalle mani e portarmi via, così, nuda, coprendomi con la tua giacca, e ti preoccuperesti per me.

Non poteva togliersi dalla testa quelle linee d’inchiostro. Quella lettera non sua, aperta con le mani tremanti. Dopo due concitati minuti, nulla era più come prima. Il mondo s’era mutato di forma, la confusione, in pochi istanti, si era tramutata in muta consapevolezza, una consapevolezza che non lasciava scampo: non sarebbe sopravvissuta a quel dolore. Avrebbe potuto accettare persino l’idea di non conoscerlo affatto. Avrebbe potuto ricominciare da capo anche con lui. Ma oramai nulla avrebbe cancellato dalla sua memoria quelle parole, le avrebbe riviste ogni giorno in ogni cosa, nulla sarebbe mai potuto tornare come prima e questo no, non poteva accettarlo.

Non ti vedrò, quando te lo diranno, quando lo scoprirai. Non avrò il tuo sguardo a tradurre il tuo dolore nell’amore che forse mi vuoi, nonostante tutto. Mi conforterebbe sapere che soffrirai. Ti consolerei abbracciandoti, che non sopporterei di vederti piangere, ma non ci sarò ed ho bisogno di sapere che mi avrai a mancare. Domani inizierà senza di me, senza di noi. Poiché non c’è sillaba che non ricorderei di quelle parole che ho letto e che mi stanno scavando come larve della carne, nel cervello.

Fu un soffio, un attimo. La siringa è vuota era carica, aveva il peso di una vita intera.

Occhi Stanchi

mostrò la faccia e poi mostrò anche il culo, i suoi identici biglietti da visita

non è la prima, l’ho fatto già altre volte, assicurò al ragazzo stanco

non aveva dubbi in realtà, il ragazzo, lei non si presentava con gran classe

lui sciolse “il nodo”, lei concesse tutto e quando si raccolse non portò via niente

 

portava in faccia, il ragazzo stanco, mille anni in poco più di trenta

quando la conobbe mostrò solo le mani, alla ragazza timida e gentile

parvero piuma, sul pallido rossore di un viso caldo e sincero

lui si imbarazzò, chiuse gli occhi stanchi e quando li riaprì era già domani

 

anche la faccia, ci mise nell’invito, il suo miglior biglietto da visita

non era la prima, ma quando è meccanico perdi umanità insieme al piacere

non aveva armi, la ragazza timida, per vincere una notte più sincera

lui sciolse il silenzio, lei gli diede tutto e quando si staccò la portò dentro la pelle

Risus abundant…

Non mi fido di chi sorride troppo. Non pecco di cinismo, semplicemente non mi fido.

Apprezzo, se non addirittura amo, la solarità…forse perché, avendola inseguita per lungo tempo, ammiro chi ne ha una scorta ben fornita, ma…l’ostentazione di entusiasmi ingiustificati, lo sfoggio degli incisivi ove veramente superfluo, mi rende nervosa.

Non riesco a svincolarmi dalla sensazione che chi rida oltre un ragionevole limite, si mostri, con leggerezza, goffamente carente. Non proprio stupido…un po’ sciocco, ecco!

Riconosco questo fastidio un po’ snob. Ma che ci posso fare? Alla 5^, 6^, 10^ volta che me ne avvedo, inizio a far fatica a rispondere al sorriso…la bocca si tira, si paralizza proprio qui, sopra gli angoli.

Ed eccomi qui, lo sta facendo di nuovo. Perché? Cosa ti sollazza? Gli occhi cominciano a sottrarsi rifuggendo l’inesauribile focolaio di giubilo, frugando ai lati, cercando conforto in qualcosa che mi vincoli alla noiosissima realtà: uno sguardo confuso, complice; un palo della luce, un cane che annusa una macchia umida sul marciapiede. Mi riattira il suono. Ancora. Non è possibile. Non smette. Lo fai apposta? Cosa nascondi? Vuoi fare colpo su chi, melliflua creatura? Sembra naturale. Ma io so, lo so che non o è. Non può che essere un riso forzato. Oppure ha qualcosa che non va. E chi è accanto a me, come fa a non accorgersene? Come non capisce che questo è un complotto? No, basta, mi rifiuto di stare al gioco. Le mie sopracciglia, a questo punto, si inarcano attirando l’attenzione degli astanti più attenti ma non la SUA. Non mi guardi? Non vedi che sto sospettando di te? Incrociamo gli sguardi, io ed il gaudio-catalizzatore. Ora sa. Sa che io so. É proprio qui che il suo gioco si fa infido ed il suo sorriso BEFFARDO. Me ne avvedo io sola, ormai è uno scontro silenzioso. Mi sta sbeffeggiando e non posso ribattere, o mi crederebbero pazza, paranoica. Ma quale paranoia! É talmente chiaro, cristallino! Sta godendo, mentre la vena della mia tempia sinistra si gonfia, la mia stizza esplode nei capillari del mio volto deformato dallo sforzo di non scoppiare. Finge, lo vedo, timidezza in un ulteriore sorrisetto sghembo diretto a chi sta alla mia destra, ed ancora a labbra schiuse punta gli occhi a me di sfuggita un ultima volta. Si avvicina, saluta e se ne va. Mentre lo fa, maledizione, ride ancora.

 

 

-Allora? Che ne pensi di…?-

SORRIDESEMPRE.SORRIDESEMPRE.SORRIDESEMPRE. -p..piacevole-

Colonna sonora: Marta sui tubi – L’equilibrista

Rigurgiti

Le mie vene pulsano Cristo
Bevile. Bevi il mio vino
Che il cuore è un grappolo marcio
Di schiuma, di bile, di fango
Gli occhi ti guardano oltre
Che dentro si muore di stenti
Ingoia il mio sguardo d’argilla
Che è burro, che è caldo, che è tardi

Il mio tempo è un severo giudizio
Contali. Conta i miei anni
E le orbite sono crateri
Di buio, di colpa e di vuoto
Le mani grattano il fondo
Che sono strumenti fedeli
Ricorda nell’eco del pozzo
Che è vero, che è stupro, che è tanto

Il mio ventre è gravido d’odio
Adottali. Adotta i suoi figli
Che l’utero è pregno di ansia,
Di ira, di sogni, di mai
La lingua accarezza i pensieri
Che la pelle tua suda disagio
Accoglila nella tua bocca
Che è duro, che è tutto, che è saggio

Nella tana dell’Orso

E così è lì. Davanti ad una porta che sembrava di una soffitta più che di una casa.

tremóre s. m. [dal lat. tremor -oris, der. di tremĕre «tremare»]. – Riferito al corpo umano o animale, o a una parte di esso, successione di movimenti oscillatori più o meno rapidi e per lo più ritmici, involontari e spontanei, provocati da un alternarsi di contrazioni e di rilasciamenti di gruppi muscolari antagonisti.

Bussa.
Lui l’accoglie con lo sguardo scuro, si salutano, mentre lei entra lui gira le spalle. È un orso. Lei questo lo sa.
Sente il suo dolore in ogni movimento goffo, in ogni scatto nervoso, in ogni sopracciglio aggrottato che lo fa sembrare così…furioso. Che avrebbe tirato giù Cristo dalla croce strappandogli i tendini dai chiodi, se ne avesse avuto l’occasione. Lei gli bacerebbe gli occhi per portargli via un po’ di quella sofferenza. Per guardarli sorridere.
La fa accomodare e dandole le spalle si allontana senza una parola. Quasi fosse scocciato. Eppure l’aveva invitata lui a salire. Eppure lui era quello che “non faccio più nulla che non abbia voglia di fare”.
Ogni tanto, fugace, la trafiggeva un pensiero che l’imbarazzava. E se si fosse immaginata tutto? Forse era di fronte ad un uomo che non l’aveva allontanata per cortesia. Forse la fascinazione l’aveva sognata, immaginata, un peccato di vanità, un errore che sentiva sprofondarla nella vergogna, come camminando nel fango le sue suole sciaguattavano spiacevolmente nel disagio.

Arrossìre v. intr. [der. di rosso] (io arrossisco, tu arrossisci, ecc.; aus. essere). – Diventare rosso in viso: a. dalla vergogna; a. per modestia, per pudore, per l’emozione, per la rabbia; le tue lodi mi fanno a.; per estens., sentire vergogna, aver pudore: è uno sfrontato, incapace di a.; non arrossisce di nulla. Con la particella pron., è d’uso raro e ant.: Nel viso s’arrossì l’angel beato (Ariosto).

È una stanza che conosce appena e che non vedrà mai più. Che aveva immaginato diversa, molto diversa. Davanti a lei, che staziona stonando, equidistante da tutte le pareti, un basso tavolo di legno col flatin ingiallito e delle sedie, sempre di legno, rosse. Piccole, minuscole. Sembravano seggiole d’asilo. Scomode.
Disordine. Scatole, scatoloni, carta di giornale, cose ovunque. Fruga con gli occhi qualunque oggetto possa parlarle di lui. Fa qualche domanda.
Lui si prepara al trasloco. Lei non sa perché, ma lo sente odiare quel posto.
Le dice che gli è rimasto un bicchiere, e può giusto offrirle dell’acqua. Accetta. Alla sua sinistra dei vecchi mobili che compongono un angolo cucina. Piastrelle scollate. Alla sua destra, due passi dietro di lei, un piccolo divano. Lo raggiunge e chiede il permesso. Si siede. Prova a fare silenzio, ma sembra si stia impegnando già lui in questo gioco. Mentre apre la bocca per rompere un invadente ronzio, realizza di aver fallito. Non esagerare di nuovo. Non renderti ridicola. Più pensa, più il ritmo aumenta, torrente in piena. Più lui la guarda e meno parla, più si sente stupida, meno riesce a controllarsi.

Imbarazzo s. m. [dallo spagn. embarazo]. – 1. Ostacolo, molestia, impaccio provocato da persone o cose che impediscono il libero movimento o il normale svolgersi di un’operazione: essere d’i.; dare, creare, provocare i.; tutta questa gente intorno mi è più d’i. che d’aiuto.
2. Stato di perplessità in cui viene a trovarsi una persona che non sappia risolversi tra contrastanti soluzioni, o che non veda via d’uscita da una situazione difficile, o che non sappia come rispondere a quanto le è chiesto; anche, stato di disagio provocato da un sentimento di timore, di soggezione, di pudore, ecc.: essere, trovarsi in i., in un serio i., mettere in o nell’i.

-Hai 5 minuti? Finisco un paio di cose e poi…volevi andare a bere un caffè?-
-Sì, l’idea era quella-
Svuota il frigo e ne riempie uno più piccolo. Elencando una ad una le pietanze, annunciando le loro date di scadenza, tutte passate da un pezzo, alcune da anni…lei lo guarda scuotendo la testa, gli lancia qualche frecciata e ride. Ride e non riesce, ancora, a smettere di parlare. Lui chiude il frigo, fa pochi passi verso di lei e le si siede finalmente vicino, col gomito appoggiato allo schienale e la testa appoggiata alla mano. La guarda. Una armageddon di pensieri. Vorrà…? Scatta qui, la modalità “sopravvivenza”. Prima cosa: guarda altrove. Questo è facile, lo sa fare. Tanto più di qualche secondo non riesce a restarci, nei suoi occhi. La seconda è: di qualcosa. Qualunque cosa, pur di non lasciare il tempo perché lui si avvicini. Oh, questa poi…talmente facile che non può deludersi.
L’impegno risulta inutile: lui decide che ha un paio d’altre cose da sistemare. È straziante. Torna a sedersi, ma non dura più di un minuto, si alza nuovamente, poi ancora. Silenzio.
Tic tac tic tac tic
-È snervante-
-Cosa?-
Era da un po’ che non sentiva la sua voce. Forse perché non gli dava modo di aprir bocca.
-Le lancette. Le lancette degli orologi. Le odio-
Lo sguardo puntato all’orologio, appeso al muro sopra al lavandino.
Lui si solleva delicatamente e si fa più vicino a lei. Avvicina una sedia, solleva una gamba e l’appoggia. I pantaloncini corti tradiscono una pelle chiara. La coscia grossa, muscolosa, di chi un tempo era un atleta, il polpaccio tondo e definito. La folta peluria si fa più rada intorno al ginocchio.
-ti fa male?-
-…un po’. Si.-
Eccola di nuovo, la sofferenza.
-sul serio, come fai a tenere quell’orologio? È insopportabile-
Lui sgrana gli occhi, stringe le labbra e senza smettere di guardarla sposta la mano sinistra dietro di lui, alla scrivania, afferra una bacchetta da batterista, mira all’orologio e…SBAM! Lo colpisce attraversando la stanza. Questo dondola sul chiodo ma non cade, mentre la bacchetta rimbalza su una parete e sparisce dietro al suo tavolo.
-ne ho solo una- commenta fingendosi contrariato.
Si alza e raggiunge il segnatempo
-non è necessario, dai! Su, non…-
Lo stacca dal muro e con le dita ne cava via le due pile che appoggia accanto a delle scatole.
Torna a sedersi. Torna a guardarla.
-perché vieni qui?-
-non lo so. Perche mi inviti?-
-mh- fa mezzo sorriso
ha la sensazione che lui si sia fatto più lontano.
-io prendo due cose e devo andare-
raccoglie disordinatamente un computer e poco altro, lo mette in uno zaino, prende il frigo con il cibo scaduto, lei si alza e lo segue.
Lui le apre la porta, lei lo attende sul pianerottolo e scendono le scale.
Il tempo sta per finire. Chissà quando capiterà di vederlo di nuovo ora che se ne va da questa casa.
Lui carica la macchina. Lei…lei aspetta, e l’attesa è angosciante.
Sono in piedi, ora. Uno di fronte all’altro. Si avvicinano guancia a guancia, in quei baci di cortesia che lasciano disperdere ogni pensiero dolce in un vento sordo.
Il secondo. E ancora senza guardarlo negli occhi decide. Che il miglior modo per uccidere quell’imbarazzo è affogarlo nelle sue labbra. Si avvicina in quella distanza già breve. Sente una mano sul viso, a coprirne una metà, quella opposta al cuore. Il contatto con le sue dita , calde in un giugno già umido crescono la sua impazienza ed insiste a cercare quella dolcezza anche con un pochino di ostinazione. La mano di lui si fa più rigida. Lei pensa che voglia scherzare e fa forza, ma più si lancia, più la mano fa resistenza.
Lo guarda stavolta. Guarda quell’uomo che capisce, quell’uomo che non le parla. Quell’uomo che le scrive migliaia di parole e non le dice nulla. Quell’uomo che le si oppone, che la rifiuta.

-No?-
-Non lo so-
-Allora è no-
-Non ancora-

Indicativo Presente

Cos’abbiamo qui?
Stringo in mano un telefono che vorrei fosse un bicchiere.

Abbiamo una ricetta per un dolce che sembra semplice ma non riuscirà. Si sbaglia sempre qualcosa. Una volta è perfetto in superficie, ma sotto è carbonizzato, che te ne accorgi solo quando è freddo e apri la tortiera.
Una volta è troppo crudo, dentro. Indigesto.
Una volta non c’è zucchero. Che avrai sbagliato le dosi.
Una volta non cresce. Eppure tu l’hai messo il lievito. Hai messo tutto, cazzo, come c’era scritto là, nello stesso ordine. Dove sbagli? DOVE SBAGLI?

Abbiamo aria. Quella che ci separa, ed è più di ieri.
E stanotte il bicchiere non c’è, ma solo perché fuori non l’ho trovato. E qui dove sono c’è qualcosa d’altro. C’è che entrata in questa stanza ho dovuto togliermi le calze e posare i piedi a terra, sul parquet. Che è terreno che ho già percorso, che conosco. Che nonostante tutto per la prima volta da qualche giorno mi sento quasi a casa.

Abbiamo tante parole che ad ascoltarle o leggerle tutte non ne avanza tempo per cercare i fatti.

Abbiamo muri di fitta, crosciante corrispondenza, che sembrano di anni, tanto sono lontani dalle nostre quotidianità. Che non mi hai mai corteggiata, mai. Eppure infondo sapevo che non era mai un caso, che non eri lì per me ma forse anche sì. Che c’era cura diversa quando non ne avevi. Ma la cura che (non) mi davi la sentivo nei polpastrelli e negli angoli degli occhi, ed era per me. Ora è per noi. E quella alle volte non mi basta se c’è da dividerla per due. Per me e per ioete. Che c’è che forse sarebbe da raddoppiare.

Abbiamo una notte che stai dormendo e che io ammalo.

Abbiamo tempo. Quello ne abbiamo.